Ho la vista annebbiata dalle troppe lacrime. Non volevo arrivasse mai questo momento. Mi sembra ieri che sei entrata a far parte della mia vita, invece avevo appena dieci anni e tu eri un minuscolo batuffolo di pelo.
Mentre oggi, alle 18:40, te ne sei andata per sempre.

Era il 20 settembre 2004. Avevo appena iniziato la quinta elementare, un giorno come un altro, stavo facendo ricreazione e mamma era passata a trovarmi. Scese dalla macchina tenendo le braccia dietro alla schiena. Mi disse che aveva una sorpresa, ma che dovevo prima prometterle che me ne sarei presa cura. Nella fretta di tornare a giocare le dissi: “Dai mamma, ok!” Caddi letteralmente indietro quando ti vidi, perché non riuscivo a crederci. Avevo sempre desiderato un cucciolo, anche se per i miei quattro anni i nonni mi regalarono Birimbò. Un Breton di tre anni che, dopo una serie di disavventure, era finito in canile. Tu invece avevi solo venti giorni. Il pelo lungo, rossiccio, e due occhioni blu appena spalancati sul mondo. Ti avevano lasciata in un fosso a morire insieme ai tuoi fratelli solo perché nati da una cucciolata non voluta. Mamma Husky e papà Volpino. Che coppia!

Lilly e il vagabondo” è sempre stato il mio cartone animato preferito, così ne sei diventata la protagonista.

Ricordo che la prima notte non smettesti di piangere. Ci hai fatte talmente disperare che, alla fine, ti abbiamo accontentata. Il lettone era diventato di tua proprietà e lo è stato per molto, anche se con il tempo e l’età ti sei arresa alla cuccetta.

Mentre crescevi cercavi di apprendere ogni informazione possibile da qualsiasi essere vivente accanto a te. Le galline, ad esempio, ti hanno insegnato a scavare con il muso sulla terra ed a mangiare tutto senza schifare. I conigli ad avere paura di qualsiasi foglia si muovesse. Al contrario, invece, Biri ad essere tosta, nonostante la statura, ma sempre gentile nei modi. Noi ad amare tutti loro.

Hai appreso la testardaggine da me e la pazienza da mamma. Quando volevi una cosa non c’era verso di farti cambiare idea, ma, dopo alcuni lamenti, sbuffavi e ti sdraiavi a terra ad aspettare. Quando invece ti lasciavamo sola a casa per più di quattro ore, al nostro ritorno, eri così arrabbiata che andavi avanti almeno per dieci minuti a dirci parole.

Allo stesso tempo eri super ubbidiente ed anche una grandissima ruffiana. Le sapevi tutte per non farti sgridare. La tattica degli occhioni alla “gatto con gli stivali” è stata sempre quella più gettonata. Quando sapevi di aver combinato qualcosa fingevi di non saperne nulla, come se ironicamente ti mettessi a fischiettare. Nel momento del rimprovero rimanevi seduta, con la testa e le orecchie basse e la coda tra le gambe. Ogni tanto alzavi il musetto mostrandoci quegli occhioni tristi e noi non potevamo trattenerci dal ridere ed amarti ancora di più.

Ricordo quando, un mese dopo il tuo arrivo, fui operata di appendicite. Mi mancavi molto, così mamma ti portò di nascosto a trovarmi. Eri talmente piccola che riusciva a nasconderti dentro alla tasca del giubbetto. Tu te ne stavi buona. Ti sei sempre lasciata fare tutto.

Come quella volta in dogana. Stavamo andando in vacanza in Croazia e non ti avevamo ancora fatto il passaporto. In realtà non sapevamo nemmeno ti servisse. Al controllo mamma ti nascose sotto il vestito. Tu non ti sei mossa e non hai fiatato per tutto il tempo. Bastava dirti “stai giù, buona e ferma” per farti diventare una sottiletta invisibile.

Ricordo quanto ti piacesse essere paparazzata. Capivi subito quando volevamo farti una foto e non esitavi un istante a metterti in posa. Sapevi di essere bella e te la tiravi anche parecchio!

Ricordo i tuoi abbai, mentre tutta scodinzolante, ci accoglievi. Quando saltavi sopra il divano e facevi le feste correndo a destra ed a sinistra senza tregua. Ci mordevi la mano per giocare ed improvvisamente ci assalivi per riempirci di coccole.

Ricordo quando mangiavo lo yogurt e tu ti sedevi accanto aspettando intrepidamente il tuo turno. Alla fine ti mostravo il barattolo vuoto e tu, senza pensarci un secondo, infilavi il muso dentro e non uscivi fino a quando non eri certa di averlo pulito del tutto. Ricordo i tuoi baffi perennemente sporchi e quell’espressione soddisfatta.

Ricordo la passione per i “bubu”. Ti lanciavamo il pupazzetto e tu, tutta felice, ce lo riportavi sempre. Giocavi fino allo sfinimento. Ricordo infatti le centinaia di volte in cui eri così stanca che, invece di smettere di giocare, ti ci addormentavi sopra o tenendolo ancora tra i denti.

Ricordo quando, sul pavimento della camera, trovavo pezzetti di carta sparsi ovunque. Il mio vizio di lasciare i fazzoletti in giro ed il tuo di prenderli e distruggerli.

Ricordo quando ti accorgevi che avevamo finito la cartigenica ed abbaiavi indicando il rotolino. Volevi che te lo lanciassimo come se fosse una palla. Con il muso lo prendevi al volo e lo rilanciavi. Ce lo passavamo andando perfino a turno. Poi, quando ti stancavi, lo tenevi tra le zampe e con i denti lo facevi tutto a pezzetti.

Ricordo il giorno in cui ti sei resa conto che bastava allungare delicatamente una zampa ed appoggiarla sulla nostra guancia per ricambiare le carezze. Saltavi sul lettone, richiamando la nostra attenzione, e ti sdraiavi a pancia in su. Amavi quando entrambe ti facevamo le coccole, era il tuo momento speciale. E lo era anche per noi.

Ricordo il “mi dai un bacino?” e tu che correvi a darcelo. Poi mamma era gelosa perché ne davi sempre di più a me.

Quando fingevamo che qualcuno ci stesse facendo del male e tu che iniziavi ad abbaiare pronta a difenderci a spada tratta.

Ricordo quando, dopo essere andata a fare i bisogni, venivi da noi per farti controllare che fossi bella pulita e, una volta fatto, iniziavi a saltellare come una carpetta felice. Devo ammettere che non eri del tutto normale!

Ricordo quando ci venivi a dare il “buongiorno” sul letto. Ti distendevi e, con le gambe a rana, ti allungavi completamente strisciando come un militare che cerca di mimetizzarsi, fin su dal cuscino. Ci guardavi con quegli occhioni di un azzurro brillante ed aprivi la bocca come se ci stessi sorridendo. Quando vedevi che ricambiavamo il saluto ci riempivi di baci. Dovevamo accarezzarti per farti smettere, fino a quando poi ti tranquillizzavi, mettendoti a dormire accanto ed aspettando che ci alzassimo.

Ricordo la tua voglia incontenibile di fare amicizia con tutti. Non ti importava la statura, la razza e tantomeno la specie.

Ricordo quando con mamma venivate a prendermi a scuola. Nell’attesa mi aspettavate al parco che c’è dietro e nel quale vanno tutti a passeggiare con il proprio cane. In pochissimo tempo ti eri fatta conoscere e voler bene da ciascuno di loro, tanto che poi era diventato un appuntamento fisso. Ed in mezzo a tutti loro tu eri la felicità in persona.

Ricordo quando nel 2011, mentre tornavamo a casa, subimmo un frontale con un’altra auto. Eri in braccio come sempre e nell’impatto ti strinsi forte a me. Ricordo la gente, l’ambulanza e qualcuno che ti prendeva. Una signora sconosciuta ti aveva portata a casa con se perché noi non eravamo coscienti. Quando passammo a prenderti fosti così felice di vederci che saltasti in braccio e per nessuna ragione volevi scendere a terra. Temevi che ti avremmo lasciata ancora una volta.

Ricordo le vacanze in campeggio. Hai sempre amato il mare, la sabbia e le notti in tenda. Quando ti obbligavamo a rimanere dentro il nostro confine e tu che invece giocavi ad “uno, due, tre, stai là (stella).” Poi dovevo prendere la bicicletta e girare per tutto il campeggio alla ricerca di te. Ti trovavo dentro il camper di un tedesco, nella tenda del vicino o nella cucina del Direttore. Allora eravamo costrette a metterti il guinzaglio e tu sconsolata sospiravi, perché non l’hai mai sopportato. Dopo qualche istante ci chiamavi supplicando di togliertelo. Ti accontentavamo e, per farci capire che non ti serviva, ubbidivi per il resto della giornata.

Ricordo i giri in bicicletta con te nel cestino. Non riuscivi a stare ferma per l’euforia. Ti alzavi e, con la bocca spalancata e la lingua fuori, respiravi a pieni polmoni l’aria che, per la troppa velocità, ti faceva volare le orecchie all’indietro. La stessa che prendevi quando mettevi la testa fuori dal finestrino. Ti faceva congelare il naso e starnutire, ma non riuscivi a farne a meno. Quel senso di libertà ti è sempre piaciuto.

Ricordo soprattutto i quattro anni in cui siamo state separate. Tu che sei sempre stata sotto il mio letto a dormire, la mattina eri la prima a svegliarmi e quando mi sentivo triste e sola eri l’unica accanto a me a confortarmi. Ricordo quella lontananza forzata e la gioia incontenibile di averti rivista dopo. Quando “a momenti mi viene un infarto per l’emozione” ed a te che l’infarto è venuto veramente quel giorno.

Il ricordo che più mi fa male è il giorno in cui ti è stato diagnosticato il cancro. Il giorno in cui è partito il conto alla rovescia di quanto ti rimanesse da vivere. Il male che ti ha consumata un po’ alla volta, privandoti di ciò che prima era quotidianità. Ti ha resa anoressica e cieca, ma nonostante tutto non ti ha mai rubato la voglia di amare.

Quell’amore incondizionato: pieno, assoluto e totale.

Perché non eri solo un cane, eri come una sorella, un’amica. Tu eri tutto.

Sarai sempre nel mio cuore “stropolina”. 💔

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Valentina Benetton

7 pensieri su “Lilly

      1. Hai detto bene…passerà, si deve dare solo tempo al tempo. Il tempo non si vede, a volte è tiranno, ci fa invecchiare, ma ha qualche proprietà positiva….ammorbidisce i pensieri fa diventare le alpi in dolci colline.
        Non è una consolazione, ma è la vita

        Mi piace

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